torno a casa usando tre autobus, vedo per tre volte un panorama totalmente eterogeneo di facce: bianchi, neri, vecchi, giovani, sposati, gay, scapoli, zitelle, divorziati, individui dagli occhi verdi, blu, neri, marroni; ringrazio non so poi neanche esattamente cosa per aver la possibilità di vivere i risvegli della città con un ritmo così dolce ma pur sempre sostenuto.
poi prendo la metro, e sferraglia tanto, è buia, è “illuminata” fievolmente con luci al neon e sembra raccogliere dentro di se’ un pezzo di respiro di tutti quelli che ne hanno calcato i pavimenti,
ed è in questi momenti
nei momenti fra i secondi di gioia
nei momenti in cui non si è nella gioia, la gioia che deriva dalla comprensione del tutto, del ‘quadro generale’,
nei momenti in cui si tende a qualcosa di più
che quel sacro senso di continuità fra pavimenti marciapiedi scarpe pantaloni occhi orecchie voci mani unghie capelli narici macchine note pensieri fotografie sembra funzionare alla perfezione,
e questa esistenza sembra assumere un senso degno di nota.