ho un bisogno immenso di districarmi dai fili che tengono insieme le zavorre del mio quotidiano: la scuola, l’ansia indotta da non so cosa, il futuro, i problemi circa la crescita, e così via, per liberarmi, correre in posti lontani, correre verso soli che tramontano per fare fotografie di altri posti, altri volti, altri individui, altre città e altre metropolitane per tornare a sentire, nel profondo, quel senso di ampio respiro, di aria fresca, di aria nuova.
l’incapacità continua e perenne, o forse l’ostinazione, che si scontra sempre con la necessità di conformarmi, cambiare registri, eliminare “particelle superflue”, spiegarmi, razionalizzarmi, eccetera, è una delle cose più brutte di questa crescita. rifugiarsi nella fotografia funzionerà, però, sempre.
devo - devo - tornare a scorrere come un piccolo globulo rosso nelle arterie di città sconosciute, a parlare lingue sconosciute, a ritrovare la gioia delle cose che qui ormai sembrano essere diventate deplorevoli, nel confronto, nella scoperta, nella sconfitta spasmodica della pigrizia; devo tornare a lasciarmi portare da treni e aerei ed a guardare intorno con sguardo eternamente rinnovato,
we ain’t going to the town,
we’re going to the city